25 Ottobre 2021
Editoriale del presidente

La responsabilità educativa

Nell’homo consumens si disgrega e si annulla l’atto educativo, perché l’adulto – disorientato egli stesso e malato di giovanilismo – abdica dal proprio ruolo e così lascia il giovane senza l’alterità che accoglie e sfida, che contrasta e che contiene. Il danno è grave perché la crescita delle persone e della società si può realizzare solo nella dialettica tra giovani e adulti, nella contrapposizione, oltre che nella continuità, tra generazioni. Un genitore o un insegnante che rinunci a costituire per il proprio figlio o per il proprio allievo un punto di riferimento, una sponda critica aperta sempre al confronto, genera disorientamento e indebolisce la volontà e il coraggio della ricerca. Nel vuoto di intenti e atti educativi cantano forte le sirene di morte, creando nei genitori e nei docenti il senso sconfortante di inutilità ed insignificanza.

            Il canto ammaliatore delle sirene si effonde in ogni angolo del mondo, allude, lusinga, promette. Nel villaggio globale, che esse stesse hanno costruito, ingannano gli uomini rendendoli schiavi dei loro interessi e delle loro catastrofiche ideologie.

            Recentemente Massimo Recalcati ha sviluppato la sua ricerca in campo scolastico, pedagogico, religioso. L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento (2014) assume la figura di Socrate come superamento dei complessi dell’educazione e della scuola: “L’apprendimento non avviene per travaso passivo da un bicchiere più pieno a uno più vuoto, perché il modello sul quale si fonda non è mai quello di un vuoto da riempire – le teste vuote degli allievi dentro le quali si deve versare il cemento del sapere – quanto di un vuoto da aprire”. Ne Il segreto del figlio. Da Edipo al figlio (2017) è di particolare interesse la figura del padre nella parabola lucanea del figliol prodigo, trattata dopo aver analizzato la figura di Abramo e di Edipo. Emergono, nell’analisi di Recalcati, gli elementi costitutivi che la guidano: la figura dell’Altro che non è violabile, la funzione della Parola, che è di sovvertimento di ciò che è dato come immutabile, la visione della Legge, quale imposizione esteriore a una esistenza che invece è scoperta, viaggio, erranza, conoscenza. Tale esistenza può essere vissuta sotto una Legge del tutto altra: la Legge dell’Amore, che rende possibile sempre un nuovo inizio, interrompendo l’applicazione della Legge inesorabile del destino. Amore che è anche misericordia, capacità di capire e perdonare ogni forma di trasgressione, ovvero rispetto totale dell’altro e dei suoi errori.

            Andando in particolare sul ruolo di educatore proprio dell’insegnante, dobbiamo porre come prima questione la necessità che egli si ponga di fronte ai discenti come auctor, il cui significato è legato a quello del verbo augeo: l’auctor è detentore di una autorità che non nasce da una determinata carica conferitagli dal sistema sociale, ma gli proviene dall’essere per i propri alunni una fonte di nascita, di vita, di crescita, capace di ricercare insieme a chi gli è affidato il senso delle cose, della vita, dell’universo. Insieme: l’azione educativa è ricerca comune di insegnante e allievo, giammai imposizione di schemi, regole, norme dati come immutabili, incontrovertibili, non verificabili. Già autori dell’Ottocento, di stampo liberale, avevano affermato che nel rapporto con i giovani non esistono verità da imporre, ma solo verità da ricercare insieme. Ci basti citare Francesco De Sanctis (allora i ministri della Pubblica Istruzioni erano uomini di grande impegno, di elevata cultura, di passione per l’insegnamento), il quale afferma: “Il meno che un giovane possa domandare alla scuola è lo scibile, anzi lo scibile è lui che dee trovarlo e conquistarlo, se vuole sia davvero cosa sua. Ciò che un giovane dee domandare alla scuola è di essere messo in grado che la scienza la cerchi e la trovi lui. Perciò la scuola è un laboratorio, dove tutti sieno compagni nel lavoro, maestro e discepoli, e il maestro non esponga solo e dimostri ma cerchi e osservi insieme con loro, sì che attori sieno tutti, e tutti sieno come un solo essere organico, animato dallo stesso spirito (1872)”.

            L’insegnante di cui si ha bisogno è colui che sa che insegnare è apprendere, che non trasferisce conoscenze, che si pone come riccamente e profondamente umano. Il grande compito dell’insegnante “non è trasferire, depositare, offrire, donare l’intelligibilità delle cose, dei fatti, dei concetti, all’altro considerato come una sorta di paziente del suo pensare. Il compito dell’educatore che pensa correttamente è quello di sfidare l’educando, con cui è in comunicazione e a cui comunica, a produrre una sua comprensione di quanto gli viene comunicato (Paulo Freire, Pedagogia dell’autonomia, 1996)”. E in una società in cui la pratica pedagogica è svilita e mortificata, l’educatore non può non sviluppare in sé la premura amorosa verso gli educandi, né abbandonare una lotta continua e consapevole contro chi arreca offesa all’educazione, nella convinzione che il cambiamento è possibile e che la speranza guida l’azione educatrice. Poi, se l’insegnante vuole aiutare i giovani a uscire dal vuoto loro creato dalla attuale situazione sociale e dalla chiusura delle scuole, solo in parte superata dalla didattica a distanza, deve aiutarli a superare la loro ignoranza, valendosi con forza e con tutti gli strumenti offerti dalla comunicazione telematica. È nell’esempio, che non ammette distanza tra quanto si dice e quanto si fa, la grande forza dell’insegnamento. Un insegnamento che mai, comunque, può accettare di creare schiavi per una società che genera disoccupati, che vuota il futuro negando la speranza, che fa dell’individuo solo un’entità di consumo. Una scuola che abdica è la scuola di una società morta.

            E noi dell’IRASE siamo convinti che tutto il personale della scuola (non solo gli insegnanti) opera perché la scuola sia sempre viva, forte contro ogni voce di sirena, decisa a offrire alle nuove generazioni gli strumenti per una società non di succubi, ma di autentici e positivi innovatori. In questo presupposto conserva validità l’insegnamento di Don Milani, che nella sua Lettera ai giudici (18 ottobre 1965) scriveva: “La scuola è diversa dall’aula del tribunale. Per voi magistrati vale solo ciò che è legge stabilita. La scuola invece siede tra passato e futuro e deve averli presenti entrambi. È l’arte delicata di condurre i ragazzi su un filo di rasoio: da un lato di formare il loro senso di legalità (e su questo somiglia alla vostra funzione), dall’altro la volontà di leggi migliori, cioè il senso politico (e in questo si differenzia dalla vostra funzione”.

            La scuola che il personale collaboratore, il personale amministrativo, i dirigenti e gli insegnanti devono volere e per cui lavorano e lottano non è quella della subordinazione, ma – e così la vede l’IRASE – è quella della trasformazione volta al miglioramento politico e sociale.

                                                                                              Felice Signoretti

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